venerdì 1 giugno 2007

Da Queneau ai ceci e oltre. L'allegro divenire della TV italiana: la giusta assenza di Mina.

Uno spezzone video tratto dalla trasmissione televisiva del 1974 "Milleluci", per la regia di Antonello Falqui e presentato da Raffaella Carrà e Mina Mazzini.
Siamo al termine dell'ultima puntata, Mina e Raffaella asseriscono di non saper come accomiatarsi dal pubblico (qualsiasi saluto sembrerà preparato, dicono). Decidono perciò di accomiatarsi usando vari stili possibili: burcoratico, amichevole, militaresco, drammatico, pragmatico...

Era un tempo in cui alla TV c'era ancora arte e si evitava la banalità. Lo si capisce chiaramente guardando questo brano: c'è un'eco letteraria che rimanda direttamente a "Esercizi di stile" di Raymond Queneau. Incredibile vero? Fantascienza in comparazione con la TV di oggi.
A ben guardare però (e col senno di poi) è come se in questa trasmissione si incontrassero due maniere di fare TV differenti.
Mina la rappresentante più giovane della vecchia maniera, quando regnava un certo stile, quando, nonostante una censura maldestra si erano prodotte delle stupende trasmissioni, con artisti che venivano dall'avanspettacolo, dal teatro, dal cinema.
La Carrà, rappresenta invece la maniera che verrà: quella di una TV spazzatura di quiz e di reality show. Ricordate la trasmissione "Pronto Raffaella" in cui il climax era raggiunto quando Raffaella chiedeva al/alla telespettatore/telespettatrice al telefono: quanti ceci ci sono in questa ampolla di vetro?, oppure il "Carramba che sorpresa!" con i drammi di familiari che si ritrovavano dopo decenni. E' comunque la Carrà l'esempio più nobile (o meno deleterio) all'interno di questo genere di TV, dato che è un'artista: sa ballare, cantare, anche se non ha una gran voce (insomma: non è neanche lontanamente paragonabile con una Maria de Filippi per esempio).

Questa trasmissione è dunque il tempo e il luogo in cui questi due "mondi televisivi" si incontrano. E' questo uno dei segnali che indicano la fine di un'epoca: finiva l'Italia un pò innocente del Carosello; iniziava l'Italia degli "spot", delle reti private e del consumismo sfrenato: del "Berlusconismo".
E non è un caso che sia stata l'ultima trasmissione a cui Mina ha partecipato: alcuni hanno scritto che si fosse ritirata perchè depressa, altri perchè stanca che si parlasse dei suoi amori e non della sua musica, altri perchè era ingrassata. In realtà queste motivazioni (ammesso che fossero vere) erano solo una faccia della medaglia: l'altra faccia è che Mina da donna e artista intelligente vedeva bene che non valeva più la pena lavorare in una TV sempre più mediocre. Credo infatti che avesse sopportato per anni di lavorare in questo mezzo politicizzato, lottizzato, solo per avere l'opportunità di stare al fianco di artisti di primo livello e per poter crescere artisticamente. Nel '74 aveva già raggiunto lo "stramassimo" a livello artistico. Che senso aveva continuare nel piccolo schermo?

venerdì 4 maggio 2007

Alghero, eccezione culturale in Sardegna

Una canzone catalana che s’intitola “Des de Mallorca a l´Alguer” dice: “Des de Mallorca a l’Alguer, tots parlem el mateix” (da Maiorca ad Alghero parliamo tutti allo stesso modo).

Vengo da una cittadina della Sardegna, Alghero.
Ad Alghero c’è un monumento, con i colori della bandiera catalana, dov’è scritto se ben ricordo: Alguer pays català de Sardenya, cioè Alghero paese catalano della Sardegna.

Alghero divenne catalana nel periodo dell’occupazione dell’isola da parte della Regno d’Aragona, quando venne cacciata la popolazione autoctona e vi si installò un insediamento di catalani appunto.
Era una sorta di roccaforte, un porto sicuro dove i dominatori stavano in casa propria. Venne per questo fortificata e costituì per secoli una sorta di isola nell’isola. Ogni notte si chiudevano gli accessi alla città fortificata e venivano riaperti al mattino, per permettere le attività di pesca e commercio. Chi veniva a vivere nella città fortificata doveva imparare l’algherese per integrarsi o per lo meno per potersi far capire. Si cominciò ad abbattere le mura solo nel 1881, anno in cui con regio decreto si approva definitivamente un Piano di Ingrandimento della città.


Si capisce quindi come si sia potuto conservare l’algherese fino ai nostri giorni, nonostante in Sardegna il catalano fosse stato rimpiazzato come lingua ufficiale dallo spagnolo nel secolo XVII e quest’ultimo dall’italiano nel secolo XVIII.
Quelli del resto dell’isola venivano chiamati dagli algheresi “i sardi”, forse con una punta di disprezzo, per sottolineare una sorta di “alterità culturale” e i sardi chiamavano Alghero “S’Alighera”, riferendovisi come a una città estranea, non sarda.
A questo punto è necessario specificare cos’è l’algherese: viene definito come una varietà del catalano, una “lingua” conservativa (com’è tipico delle comunità isolate) poiché ha conservato termini del catalano arcaico, medioevale, che è andata via via assumendo tratti fonetici e lessicali del sardo e poi dell’italiano.


Oggi ci sono varie iniziative perché non venga persa la parlata, si fanno dei corsi gratuiti di algherese e catalano, si tengono contatti con la “Generalitat” di Barcellona, le vie del centro storico sono scritte in algherese, il “Coro polifonico algherese” cura la tradizione di canti in algherese.

Dopo aver detto tutto questo devo ammettere, con un po’ di vergogna, che io non parlo l’algherese, perché i miei mi hanno sempre parlato in italiano e anche perché fino ai tredici anni ho vissuto in una cittadina nel centro della Sardegna, dove si parla sardo.
Tuttavia capisco abbastanza l’algherese, per questo, una volta a Barcellona, sentendo parlare catalano, vedendo alcune insegne nei negozi scritte in catalano, mi faceva un effetto strano, buffo, come fossi a casa: quella che io avevo sempre considerato una parlata marginale o per lo meno minoritaria all’interno della Sardegna, è invece la parlata di una città ricca e cosmopolita come Barcellona. Certo, lo sapevo da prima: ma una cosa è saperlo perché lo senti dire, come una sorta di mitica leggenda, e un’altra è sentirlo e viverlo sul posto. Dal mio punto di vista di immigrante algherese insomma, dimenticando i fatti storici, ebbi l’impressione che a Barcellona si parlasse una varietà di algherese e non ad Alghero una varietà del catalano!

Come chiosa a questo breve articolo, ci tengo a ricordare un piccolo contributo che hanno dato dei membri della mia famiglia per tenere vivo questo sentimento di “algheresità”, questa identità culturale.
Mio nonno materno, Vittorio Nannarelli (romano d’origine, ma “adottato” dalla città), pianista e compositore, che ha musicato alcune canzoni della tradizione popolare algherese, e mia nonna paterna, Peppina Carboni, che scrisse un libro di poesie in algherese Records (Ricordi), 1989, e che è addirittura menzionata nel sito http://www.gencat.cat/.

Gabriele